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La storia della più famosa scatola portapranzo: il bento

Con questo journal voglio farvi scoprire la storia di uno dei piatti – se così lo vogliamo definire – più iconici del Giappone: il bento (弁当).

Il bento, chiamato anche obento, è una piccola scatola portapranzo, spesso divisa in diversi scompartimenti, che lavoratori, studenti e viaggiatori portano con sé quando devono consumare un pasto fuori casa. Tradizionalmente, il bento contiene una generosa porzione di riso che funge da accompagnamento alle altre portate. Che siano a base di pesce e frutti di mare, come sgombro, salmone o polpo, di carne, come del succulento katsudon (カツ丼), o di verdura, le preparazioni contenute nel bento devono essere rigorosamente bollite, fritte oppure grigliate e in piccole porzioni, per essere facilmente mangiate. Sono infatti da evitare quegli ingredienti che deperiscono in fretta e la cui freschezza non può essere mantenuta a lungo; questa è la ragione per cui nel bento, ad esempio, non è mai presente il pesce crudo.

Nella preparazione del bento l’estetica riveste un ruolo fondamentale. La composizione del portapranzo richiede tempo e dedizione, e ogni pietanza viene adagiata all’interno del bento con estrema cura.
Nell’“arte” del kyaraben (キャラ弁), i cibi sono sistemati in modo da raffigurare personaggi di anime, manga e videogiochi; mentre nel metodo di preparazione chiamato oekakiben (お絵描き弁), invece, i cibi danno vita a persone, animali, piante, fiori e monumenti.

La storia della più famosa scatola portapranzo: il <em>bento</em>

La storia della più famosa scatola portapranzo: il bento

Con questo journal voglio farvi scoprire la storia di uno dei piatti – se così lo vogliamo definire – più iconici del Giappone: il bento (弁当).

Il bento, chiamato anche obento, è una piccola scatola portapranzo, spesso divisa in diversi scompartimenti, che lavoratori, studenti e viaggiatori portano con sé quando devono consumare un pasto fuori casa. Tradizionalmente, il bento contiene una generosa porzione di riso che funge da accompagnamento alle altre portate. Che siano a base di pesce e frutti di mare, come sgombro, salmone o polpo, di carne, come del succulento katsudon (カツ丼), o di verdura, le preparazioni contenute nel bento devono essere rigorosamente bollite, fritte oppure grigliate e in piccole porzioni, per essere facilmente mangiate. Sono infatti da evitare quegli ingredienti che deperiscono in fretta e la cui freschezza non può essere mantenuta a lungo; questa è la ragione per cui nel bento, ad esempio, non è mai presente il pesce crudo.

Nella preparazione del bento l’estetica riveste un ruolo fondamentale. La composizione del portapranzo richiede tempo e dedizione, e ogni pietanza viene adagiata all’interno del bento con estrema cura.
Nell’“arte” del kyaraben (キャラ弁), i cibi sono sistemati in modo da raffigurare personaggi di anime, manga e videogiochi; mentre nel metodo di preparazione chiamato oekakiben (お絵描き弁), invece, i cibi danno vita a persone, animali, piante, fiori e monumenti.

Le origini del bento

Le origini del bento

Il termine bento ha un’origine moderna. È stato coniato nel XVI secolo per indicare i pasti composti da piccole porzioni che il funzionario militare Oda Nobunaga serviva agli abitanti del castello di Azuchi, roccaforte eretta su una collina che si affaccia sul lago Biwa, non lontana da Kyoto, la capitale dell’epoca.

In realtà, secondo alcuni studiosi, le origini del bento risalgono al V secolo quando contadini, cacciatori e soldati iniziarono a portare con sé nei campi, nelle battute di caccia e in guerra dei contenitori contenenti cibo. Questi contenitori, da principio, erano fabbricati con fibre vegetali, come i rami di salice, e foglie di bambù o magnolia.
Altri studiosi, invece, ritengono che la tradizione e la cultura del bento risalgano al periodo Kamakura (1185-1333). Nel XII secolo iniziò a diffondersi l’hoshi-ii (干し飯), riso cotto ed essiccato che veniva poi fatto rinvenire in acqua, sia fredda sia calda, trasportato all’interno di piccole sacche. Hoshi-ii, che può essere tradotto come “pasto disidratato”, è una parola composta da hoshi, che significa “secco”, e ii, termine arcaico che indicava il riso cotto.
Gli accademici, però, sono concordi nell’affermare che la prima rappresentazione del bento si trovi in una stampa ispirata alle vicende dell’Ise monogatari – romanzo poetico del X secolo che, come si ritiene, narra le avventure amorose del poeta Ariwara no Narihira – nella quale dei viaggiatori mangiano del riso disidratato.

Un’epoca splendente

Un’epoca splendente

Il periodo Edo (1603-1867) fu, per il Giappone, un’epoca di grande sviluppo. I centri urbani divennero la culla di una nuova tradizione popolare e, in particolare, Edo (l’odierna Tokyo) divenne il centro economico e culturale del Paese. I cittadini cominciarono a trascorrere il proprio tempo libero in negozi, bagni pubblici, sale da tè e teatri. Proprio in occasione delle rappresentazioni teatrali, sia no sia kabuki, gli spettatori portavano con sé un bento il cui contenuto veniva consumato tra un atto e l’altro. Questo tipo di bento, chiamato makunouchi (幕の内), letteralmente “tra gli atti”, poteva ospitare onigiri (お握り), le famosissime palle di riso, verdure sottaceto, funghi, germogli di bambù, tamagoyaki (卵焼き), una sorta di omelette, e frutti di mare.

Il bento, nel periodo Edo, si diffuse in tutte le regioni del Paese e raggiunse la sua massima espressione artistica e manifatturiera, divenendo simbolo di raffinatezza. Le scatole portapranzo possedute dai membri dell’aristocrazia erano in legno laccato, spesso intarsiate con complicati intagli che ricreavano paesaggi e figure di vario genere e riccamente decorate con metalli e materiali preziosi, come oro, argento e madreperla; anche i primi bento in legno risalgono al precedente e breve periodo Azuchi-Momoyama (1568-1598).

Tra le diverse tipologie di bento, due sono le scatole dalla forma più originale. La prima si chiama hangetsu (半月) ed è a forma di mezzaluna – e da qui deriva il nome. L’hangetsu era il bento preferito dal monaco buddista Sen no Rikyu, contemporaneo di Oda Nobunaga, che nel periodo Azuchi-Momoyama riformò la cerimonia del tè. La seconda è lo shokado (松花堂), una scatola divisa in quattro scompartimenti delle stesse dimensione ispirata al contenitore in cui il pittore Shokado Shojo miscelava colori e inchiostri.

Un’epoca splendente
Verso la modernità

Verso la modernità

Al periodo Edo, caratterizzato da una politica di isolamento, seguì il periodo Meiji (1868-1912), un’epoca di rinnovamento politico e apertura verso l’esterno, in particolare all’Occidente, contraddistinta da una corsa alla modernizzazione.
Agli inizi degli anni Settanta dell’Ottocento fu inaugurata la prima linea ferroviaria; circa una decina di anni dopo, nel 1885, nella stazione della città di Utsunomiya da cui partiva un treno per Ueno, un quartiere di Tokyo, cominciarono a essere venduti gli ekiben (駅弁). I bento della stazione – questo è il significato di ekiben – erano costituiti da un paio di onigiri ripieni di umeboshi (梅干し), prugne sottaceto, accompagnati da fettine di takuan (沢庵), del daikon essiccato e conservato anch’esso sottaceto, avvolti in foglie di bambù.

L’impiego di nuovi materiali portò alla fabbricazione nel periodo Taisho (1912-1926) dei primi bento in alluminio, che conobbero un notevole successo durante gli anni della Prima guerra mondiale. Avevano un prezzo minore rispetto a quelli in legno laccato, erano leggeri, resistenti, facili da pulire e, soprattutto, pratici da portare al lavoro.

I bento, da intendersi come piatti pronti, hanno conosciuto un grande successo soprattutto a partire dagli anni Ottanta quando in tutto il Giappone si sono diffusi a macchia d’olio i konbini, i negozietti di vendita al dettaglio, e i microonde.
Oggigiorno, tuttavia, si assiste a un ritorno al passato: ai pasti precotti molti giapponesi preferiscono impiegare sempre più tempo ai fornelli per preparare il proprio pranzo al sacco, richiuso in comodi bento di plastica avvolti nel furoshiki, un quadrato di stoffa adoperato per trasportare vestiti, regali e oggetti vari.

E voi avete visto il mio bento? Quanto è goloso?

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